APC: tanto ce la fa (ce la fa?)

Capita che un bambino o un ragazzo ad Alto Potenziale Cognitivo presenti anche un’altra condizione associata o che la vita lo abbia portato a vivere esperienze inusuali che hanno generato vari disagi.

Capita. Come capita a chiunque.

Ma se gli altri gli riconoscono le capacità per farcela capita anche che quel bambino o quel ragazzo sia lasciato solo e passi anni a dover dimostrare che “ce la fa”.

Un ragazzo che dalla prima classe della primaria sente di aver arrancato nonostante la noia per la semplicità delle proposte, solo a dodici anni ha scoperto di essere APC e solo a 13 di essere dislessico e leggermente disgrafico. Alla primaria era stato valutato per possibile DSA: non era emerso il potenziale e non era emersa la dislessia. Alle medie le difficoltà si sono amplificate e nonostante fossero evidenti nessun insegnante le ha segnalate riconducendole a scarso impegno, perchè in fondo i voti dimostravano che “ce la fa”. Nonostante la certificazione USL gli insegnanti non gli permettono di usufruire di tutte le misure compensative di cui necessita, sempre perchè “se si impegna ce la fa”.

Una ragazza nata in uno stato, trasferita due anni in un altro e ora approdata in Italia, una che velocemente apprende le lingue è stata penalizzata nei voti perchè secondo alcuni insegnanti era capace e poteva farcela. Riuscire a comprendere, parlare e studiare in una lingua diversa dalla propria le si ritorce contro, perchè “ce la fa”.

In nessuno di questi due casi (e quanti altri ce ne saranno!) gli insegnanti colgono la fatica che quotidianamente questi studenti devono fare. Nessuno riconosce che potrebbero volare se impiegassero il loro potenziale nell’esprimere ed approfondire le loro capacità invece di spenderlo per compensare delle difficoltà.

 

“Guarda i tuoi compagni, guarda come sono quelli che sono veramente in difficoltà”

Alle aspettative si aggiungono i giudizi e le pretese che se il ragazzo è in difficoltà deve essere lui a dimostrarlo, non l’adulto a rilevarlo.

Non stupisce che questi ragazzi si sentano insicuri, che dubitino del loro potenziale, che piangano, che arrivino ad odiare l’andare a scuola.

Il lavoro da fare con loro è insegnargli a guardare a se stessi con altri occhi, a sviluppare nuove prospettive e attribuire nuovi significati al loro fare, ma prima di tutto riconoscere che hanno bisogni concreti, che vanno soddisfatti.

Questo vale per ogni adulto che si relaziona con questi bambini e ragazzi: genitori, insegnanti, professionisti. Dobbiamo fornire solide radici affinché i ragazzi possano sentirsi sicuri nell’esprimere ciò che sono.

“Tanto se vuoi ce la fai” deve diventare “Ti offro gli strumenti affinché tu possa farcela veramente”.

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